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A sostegno dei genitori per educare oltre la sfiducia, la rassegnazione, la delega.


La relazione del prof. Mari, docente di Pedagogia in Università Cattolica, all'AGeSC su annotazioni pedagogiche a margine del discorso di Papa Francesco all'Associazione durante l'udienza in Vaticano.

ANNOTAZIONI PEDAGOGICHE A MARGINE DEL DISCORSO DEL PAPA ALL’ASSOCIAZIONE

Prof. Giuseppe Mari, Consiglio Nazionale AGeSC di Firenze, 13 febbraio 2016

Ringrazio molto per l’invito che mi è stato rivolto perché per me è l’occasione per incontrare educatori: ogni volta che ho questa opportunità ne approfitto perché per motivi di ordine professionale, ma anche per passione personale, studio le questioni che riguardano l’educazione e questo vuol dire che per me è essenziale incontrare gli educatori; quindi vi ringrazio per l’attenzione che porterete al rapido percorso che faremo insieme. Parlerò per non più di 45 minuti, ringrazio anticipatamente chi vorrà, nello spazio di tempo rimanente, condividere con me non solo eventuali domande ma anche qualche spunto di riflessione in modo tale che possa tornarmene a casa con qualche idea in più di quelle che ho adesso. In cartella trovate lo schema che intendo seguire. Sono molto felice per questa opportunità perché la vostra Associazione riguarda tre realtà fondamentali e fondanti: la famiglia, la scuola e la Chiesa. La famiglia è l’istituzione che ha la prima e piena titolarità educativa; la scuola è l’istituzione che nella società, nella comunità, ci si dà per introdurre in una cultura comune perché la scuola esiste per questo, ed è per questo che è istituzione pubblica; la Chiesa abbraccia l’una e l’altra trattandosi della “scuola cattolica”. Essendo voi impegnati nella scuola cattolica, mi sembra che sia una felice opportunità quella che ci viene oggi offerta per mettere a fuoco essenzialmente tre passaggi del discorso del Papa. Il primo è relativo alla sfida di educare, rispetto alla quale ho riportato questa frase: “come genitori siete depositari del dovere e del diritto primario e irrinunciabile di educare i figli”, quindi rifletteremo anzitutto su come sia possibile affrontare la diffusa sfiducia nella pratica educativa per trasformarla nella fiducia con cui anche noi, come coloro che ci hanno preceduto e come coloro che verranno dopo di noi, possiamo e dobbiamo raccogliere la sfida della non rassegnazione in quanto educare essenzialmente significa questo: scommettere sulla libertà. Essere liberi tuttavia significa ritenere che non si è mai determinati dalla situazione, e questo è l’elemento che ispira la fiducia nell’affrontare la realtà, anche la più problematica. Il secondo pensiero del Papa che vorrei richiamare riguarda la specificità della scuola cattolica. Mi riferisco al passaggio in cui Francesco richiama “la verità dell’impegno che vi contraddistingue: quello, liberamente assunto, di essere educatori secondo il cuore di Dio e della Chiesa”. È fondamentale che noi usciamo dalla genericità perché la genericità impedisce di porre una presenza significativa. Lo diceva prima il Cardinale Betori: il sale della democrazia è il confronto tra identità, ma se non c’è identità non c’è nemmeno sale. L’alternativa non è tra l’imposizione e lo stare zitti, ma è tra l’imposizione e la proposta; la democrazia si costruisce attorno a più proposte che si assumono l’impegno di risultare credibili e per questa stessa ragione vengono prese in considerazione. Il terzo passaggio riguarda quello che a me pare un riferimento particolarmente efficace essendo noi oggi, tra l’altro, a Firenze, anche alla luce del richiamo che 1 Ordinario di Pedagogia generale, Università Cattolica del Sacro Cuore (giuseppe.mari@unicatt.it). Per approfondimenti, cfr. G. Mari, Educazione come sfida della libertà, Brescia, La Scuola, 2013; Id., Scuola e sfida educativa, ivi, 2014; Id. (a cura di), Educare la ragazza e il ragazzo, ivi, in corso di pubblicazione. 2 il Papa fa esplicitamente al Convegno Ecclesiale ossia l’istanza umanistica. “Prego il Signore”, dice a un certo punto il Papa, “che la scuola cattolica non dia mai per scontato il significato di questo aggettivo! Collaborate affinché l’educazione cattolica abbia il volto di quel nuovo umanesimo emerso dal Convegno Ecclesiale di Firenze”. Prima di esporre questi tre passaggi vorrei richiamare alcune cose già dette da chi mi ha preceduto e che credo possano costituire altrettanti riferimenti in cui io vorrei, o almeno ho intenzione, di calarmi. L’Assistente ha introdotto questi lavori ricordando che Firenze è la culla dell’Umanesimo. Dobbiamo tenere presente che l’Umanesimo è anche l’inizio della modernità. È interessante notare che, quando noi riflettiamo sulla modernità, siamo istintivamente portati a fare i conti con la secolarizzazione, ma non c’è un solo umanista che non fosse cristiano. Questo vuol dire che gli inizi della modernità – ossia l’Umanesimo – si sono espressi in piena coerenza con la fede cristiana, quindi – con l’imporsi della secolarizzazione – è accaduto qualcosa che ha condotto verso altre prospettive ma questo “qualcosa” non è geneticamente racchiuso né nell’Umanesimo né nella modernità. Ecco perché quando noi, oggi, facciamo i conti con la modernità e tutti i problemi che ci procura, non dobbiamo respingere la modernità, ma dobbiamo rientrare nella modernità per andare a verificare come, dove, quando e perché questo nucleo germinale – originariamente cristiano – ha assunto il profilo – gradualmente “postcristiano” – la cui crisi oggi stiamo constatando. Con questo mi richiamo a quello che diceva prima il Presidente AGeSC ricordando che voi siete un’associazione ecclesiale. Del resto, il Cardinale Betori ha evocato l’esigenza di porsi come ponte e ha sottolineato come l’intervento del Papa si sia rivolto a voi considerando che voi non siete “relegati alla scuola cattolica”, ma che costituite una presenza all’interno di tutta la scuola italiana. Qual è il ponte su cui vorrei arrivare a riflettere alla fine? È questo: il ponte stabilendo il quale si arriva a cogliere che in realtà la fede è strutturante la persona. Dobbiamo tenere presente che la fatica oggi di riconoscere alla scuola cattolica una legittimità di presenza è collegata anche al fatto che negli ultimi tempi – si parla di secoli evidentemente – si è imposta la convinzione che la fede sia un elemento aggiuntivo all’umanità; invece la fede è un elemento “sostanziante” l’umanità. In altre parole, la vera domanda che dobbiamo stimolare a fare non è se si è o non si è credenti, ma in che cosa si crede, perché tutti credono in qualcosa. Il rischio è che, se non ci si pone la domanda, si finisce per credere in niente e il nichilismo diffuso è lo specchio precisamente di questo: una istanza di fede – strutturante l’essere umano – che in realtà si esprime nel “niente” e quindi conduce alla “nullificazione” generale; ma questo vuol dire che occorre restituire la dimensione religiosa in generale, e cristiana in particolare, alla prospettiva dell’umanità “comune”, quella che si esprime nell’ambiente “pubblico”. Infine, l’intervento che ha fatto il Presidente FISM ci richiama che la libertà di educazione non è soltanto una tra le tante libertà ma è la libertà in cui maggiormente si esprime l’originalità umana essendo l’educazione collegata precisamente alla conquista della maturità, che è la capacità di esprimere la libertà non semplicemente come scelta tra alternative (quella che non a caso Agostino chiama libertà minore) ma come scelta non costretta del bene; è questo il punto perché se io, tra le alternative che ho davanti, scelgo il male (tale perché conduce alla morte), io non esprimo la libertà ma il suo contrario, essendo la libertà non un fine ma un mezzo. In vista di che cosa? Della custodia e promozione della vita umana. Per questa ragione solo la scelta del bene esprime libertà, la libertà maggiore come dice Agostino. Abbiamo così diversi fattori che ci possono portare anzitutto ad affrontare il tempo presente come una sfida, cioè come un’opportunità, l’opportunità di riconsiderare elementi che sono stati – forse anche perché questo è inevitabile dentro la temporalità – a un certo punto condotti a diventare opachi o 3 scarsamente riconoscibili. Quello che ci viene richiesto non è la restaurazione di ciò che è stato (perché indietro non si torna in quanto il tempo segue sempre e soltanto il vettore dell’avanzamento), ma la sua ricomprensione perché probabilmente abbiamo liquidato con eccessiva disinvoltura cose che, in realtà, sono essenziali e – per questa ragione – urge riassumere. 1. Oltre la sfiducia, oltre la rassegnazione, oltre la delega Come genitori, siete depositari del dovere e del diritto primario e irrinunciabile di educare i figli. Cominciamo il nostro percorso dalla prima considerazione: dentro la evidente crisi educativa che cosa può portarci come genitori, secondo la carne ma anche secondo lo spirito (quindi questo abbraccia anche, evidentemente, coloro che vivono il celibato consacrato), a maturare la fiducia nel fatto che è possibile educare? Si tratta da parte nostra di cogliere almeno un elemento che restituirei in questa maniera. Negli ultimi decenni abbiamo fatto i conti con una formidabile espansione delle conoscenze descrittive, le quali sono fondamentali ma hanno tutte un limite di fondo: la descrizione presume di restituire l’obiettività, ma se c’è in gioco la libertà come tratto distintivo dell’essere umano, non possiamo essere di fronte a un oggetto perché davanti a noi si staglia qualcosa di vivo che – come tale – è qualcosa che non può essere mai restituito in termini oggettivi essendo – questi – inevitabilmente impersonali. Negli ultimi decenni la nostra conoscenza (anche pedagogica) è enormemente cresciuta soprattutto attraverso il contributo delle cosiddette scienze umane; ora è chiaro che le scienze umane danno un aiuto formidabile nell’analizzare la realtà, nel conoscerla, ma le scienze umane – per il fatto che sono scienze descrittive e non possono che essere questo – non ci restituiscono l’orientamento che va dato alle conoscenze acquisite, finendo col farci precipitare in un approccio di carattere puramente analitico. L’analiticità è importante ma soltanto se si completa con la sinteticità. Provate a vedere quello che sta accadendo ai nostri ragazzi: i nostri ragazzi, che sono cresciuti in un contesto culturale sempre più capace di trasmettere conoscenze analitiche, di fronte a che cosa sono in estrema difficoltà? Di fronte alle decisioni, perché la decisione non è analitica, bensì sempre sintetica; decidersi vuol dire “afferrare” la molteplicità delle opzioni e ricondurla all’interno di un gesto che – implicando unicità – è inevitabilmente sintetico. Questo è molto interessante ma è anche molto drammatico. Vorrei fare una semplice esemplificazione. Noi tutti oggi sappiamo che sono in crisi le vocazioni di speciale consacrazione che implicano il celibato. Ma attenzione, è in crisi anche il matrimonio: non ci si sposa esattamente come non si diventa preti o religiosi/e. Domandiamoci: che cosa c’è di simile tra la vocazione celibataria e la vocazione matrimoniale? Osservo che – tra l’altro – c’è di simile che si prende una decisione, presunta definitiva, almeno nelle intenzioni. Perché questa fatica nell’arrivare a decidersi? Forse perché l’eccesso di conoscenze analitiche porta a sminuzzare sempre di più i problemi, allontanando – per questa stessa ragione – la capacità di arrivare a stringere nella sintesi. Ma è proprio lì che dobbiamo arrivare perché essere liberi vuol dire, ad un certo punto, decidersi. Infatti è tragico quello che sta accadendo: mancando questa capacità sintetica, finisce che ci si decide per estenuazione, ma queste non sono vere decisioni: sono rese e affermazioni di impotenza che inevitabilmente generano solo frustrazione. Allora, mi pare che sia importante che noi ci rendiamo conto che non dobbiamo respingere le conoscenze descrittive ma dobbiamo riappropriarci di ciò che va oltre la scienza intesa come sapere descrittivo e che infatti abbiamo sempre chiamato sapienza. Che cosa distingue la sapienza 4 dalla scienza? La sapienza include la scienza ma, mentre la scienza rimanda ad un conoscere, che nella modernità è connotato in chiave descrittiva, cioè presunta obbiettiva (tant’è vero che la modernità parla del “metodo” al singolare, ritenendo d’aver identificato la modalità per conseguire la totale efficacia nella conoscenza e nella – conseguente – azione), la sapienza rimanda ad altro. Che cosa? Al verbo sapio, che vuol dire anche “aver sapore”, non soltanto conoscere: la sapienza quindi rimanda all’associazione della conoscenza non solamente con l’utile ma anzitutto con ciò che è significativo, perché “sa” di qualcosa, non è insipido. È importante che noi ci rendiamo conto di questo: il criterio dell’utile – quello che Bacone celebra quando associa “scienza” e “potere” – sta imponendosi all’interno dell’approccio conoscitivo analitico e descrittivo perché costituisce il vettore di convergenza tra la (presunta) obiettività e la funzionalità. Non va respinto ma va orientato perché tutto ciò che è buono è anche utile ma non tutto ciò che è utile è buono. Allora è fondamentale che noi ci rendiamo conto che dobbiamo riappropriarci di uno sguardo sapienziale che, abbracciando le conoscenze in forma sintetica, le riconduce ad un criterio unificatore, tale da guidare la decisione. Quale? La vita umana. Ireneo lo dice espressamente: “Gloria di Dio è l’uomo vivente”. La vita umana è il criterio alla luce di cui procedere nelle decisioni ed è ciò che permette di rendere le conoscenze effettivamente umane. Sul piano educativo penso che da parte nostra, come genitori, come educatori, si tratta di riacquisire fiducia nel fatto che – per educare – non servono le lauree: serve la maturità umana. Mi spiego. Non sto ovviamente negando il valore degli studi, tanto più che sono un docente universitario… sto affermando che la condizione necessaria (e sufficiente), per educare, è la maturità umana dal momento che educare significa esprimere ciò che è tipico dell’umanità. Certamente, gli studi possono giovare (e di fatto giovano), ma solo se c’è la maturità: Maritain è chiaro quando giustamente afferma che “ci sono corsi di filosofia, ma non ci sono corsi di saggezza”. Questo ci deve rimotivare a raccogliere, così come siamo, la sfida educativa facendo leva anzitutto sulla maturità personale che ci connota, non per disprezzare o respingere ciò che può essere aggiunto a questa, ma appunto perché si aggiunga qualcosa a ciò che deve necessariamente esserci prima: se non c’è la maturità, possiamo prendere tutte le lauree che vogliamo, ma educatori non lo diventiamo. Dobbiamo perciò ritrovare la fiducia nel fatto che, come uomini e donne adulti, maturi, noi possiamo e dobbiamo educare. Questo è fondamentale perché negli ultimi decenni abbiamo spesso inseguito le ricette vere o presunte di veri o presunti o sedicenti esperti i quali, ad un certo punto, hanno anche cambiato idea. Il famoso Benjamin Spock, il pediatra che nel dopoguerra ha portato innanzi le prospettive di carattere permissivo, diventato vecchio, ha riconosciuto che aveva sbagliato. Teniamo presente che non possiamo nemmeno prendercela, perché ha agito da scienziato in quanto, secondo il criterio di falsificabilità, essendo scientifico ciò che può essere confutato, lui – rivedendo le sue idee precedenti – ha operato nel segno – come usa dire – del pensiero critico… e tutti i danni che ha fatto prima con le sue idee? A noi non resta che tenerci i cocci. Allora è importante che riacquisiamo fiducia nel fatto che come uomini e donne non solo dobbiamo ma anche possiamo educare, avendo chiara l’istanza di cogliere, alla luce della nostra maturità, che cosa è essenziale nella vita. In questo senso mi piacerebbe condividere con voi un’ipotesi ossia che la vostra Associazione, per il fatto che è un’associazione di genitori, possa esercitare un ruolo di sostegno precisamente alla genitorialità. Sostegno alla genitorialità come istanza di guida dei figli, di educazione dei figli, come istanza che va aiutata, sostenuta a non smarrire la fiducia nelle sue possibilità. È un ruolo importante anche perché in questo nostro mondo rischiamo di essere sempre più dispersi; ma è difficile affrontare le sfide da soli, non è impossibile, ma molto difficile. 5 È importante quindi che ci possa essere una trama relazionale che permetta alle persone di incontrarsi, di conoscere, di scoprire che i problemi sono gli stessi, di scoprire che però ci sono anche delle opportunità e quindi, vicendevolmente, sostenersi nell’affrontare la sfida. Come credenti abbiamo un’esemplificazione formidabile di questo nell’idea di comunione ecclesiale come viene espressa nel Nuovo Testamento, soprattutto attraverso le lettere apostoliche: di che cosa ci parla se non di una trama di rapporti costruita per sostenersi a vicenda? Ora, se questo ha permesso di alimentare una giovane Chiesa che muoveva i primi passi in un mondo che andava in direzione contraria, non pensate che possa alimentare anche una Chiesa non più così giovane di suo ma giovane perché lo Spirito la ringiovanisce costantemente, sempre in un mondo che, esattamente come quello di venti secoli fa, sembra andare in direzione contraria? Direi che questo è un elemento che deve farci molto riflettere. Quindi, la prima idea che vorrei condividere con voi, alla fine di questo passaggio, è che la vostra Associazione sia un’associazione pensata a sostegno della genitorialità, attraverso la genitorialità che si impegna nella scuola cattolica perché appunto ha i figli che la frequentano. 2.La centralità della fede nel Dio di Gesù Cristo e nella Chiesa che ha fondato (…) la verità dell’impegno che vi contraddistingue: quello, liberamente assunto, di essere educatori secondo il cuore di Dio e della Chiesa. Anche per il secondo passaggio partiamo sempre da una frase del Papa: “la verità dell’impegno che vi contraddistingue: quello, liberamente assunto, di essere educatori secondo il cuore di Dio e della Chiesa”. Lo diceva già il Cardinale Betori prima: dobbiamo uscire dalla genericità; il Papa parla del cuore di Dio e della Chiesa, non è un riferimento generico ma è un riferimento al Dio di Gesù Cristo e alla Chiesa che Lui ha costituito come la comunità che lungo la storia avanza pellegrinante verso quello che sarà il momento definitivo del ritorno di Cristo. È fondamentale che ci riappropriamo della centralità della fede nel Dio di Gesù Cristo e nella Chiesa da Lui fondata. Questo penso che sia un nodo importante per tante ragioni. 1) Oggi, come del resto è avvenuto anche ieri, non è così infrequente trovare chi contrappone Cristo alla Chiesa. Da alcuni, per esempio, la figura di Cristo è riconosciuta come una figura affascinante, ma la Chiesa è fatta segno di un trattamento del tutto differente. Ora, attenzione: perché, se non ci fosse la Chiesa, noi Cristo non l’avremmo conosciuto, cioè questa obiezione è radicalmente infondata perché è radicalmente antistorica. Storicamente è la Chiesa che ci ha fatto conoscere Gesù Cristo e non possiamo noi contrapporre Cristo alla Chiesa, sarebbe come contrapporre il fiume alla sorgente. C’è un elemento di unità e organicità, pur con tutti i limiti che conosciamo, per cui dobbiamo riappropriarci della fiducia nel fatto che dall’appartenenza ecclesiale ci viene un’opportunità per corrispondere a questa umanizzazione piena che noi riteniamo sia associata alla figura e all’opera di Gesù Cristo. 2) Qui subentra un ulteriore elemento strategico: se noi parliamo di Cristo, del Dio di Cristo, della Chiesa, noi parliamo della fede; è interessante notare quello che il Papa ha detto nella prima omelia da lui tenuta in Santa Maria Maggiore, il giorno dopo l’elezione, quando ha sottolineato che la Chiesa non è una ONG. Questo l’ha detto non perché la Chiesa non faccia anche quello che fanno le ONG (pensiamo, ad esempio, all’attività assistenziale), ma perché la Chiesa, quando fa questo, non lo fa come una forma di volontariato: lo fa in obbedienza al suo Signore – questo è la carità cristiana –. La Chiesa è una comunità le cui radici affondano dentro il mistero di Dio, cioè noi andiamo oltre la 6 storia; è fondamentale che abbiamo chiaro questo anche perché se non abbiamo chiaro questo, noi rischiamo di annegare in piccoli bilanci estemporanei. È chiaro che la situazione in cui ci troviamo oggi è per molti versi una situazione piuttosto sconfortante, ma – secondo voi – se i Padri del Concilio di Trento si fossero riuniti cinquant’anni dopo, per tirare le somme, che cosa avrebbero concluso? Ci sono voluti secoli per applicare quel Concilio, ad esempio nella formazione sacerdotale. Questo vuol dire che non dobbiamo lasciarci sviare dalla fretta e dai giudizi estemporanei che rischiano di essere semplicemente suggestionati dalle mode e – oggi – dal costante “bagno mediatico” in cui ci troviamo immersi. Dobbiamo andare avanti tenacemente come hanno fatto coloro che ci hanno preceduto e – dove ci troviamo – lasciare il segno: potrà essere anche un segno piccolo, ma non importa: noi siamo quelli che gettano semi sapendo – come scrive Paolo – che qualcun altro fa crescere, in ultima analisi Qualcuno con la “Q” maiuscola. Ci vuole anche qui la sapienzialità di saper andare oltre il computo e saper cogliere il senso di ciò che avviene, dove la parola “senso” vuol dire “direzione”, non vuol dire “soddisfazione”, altrimenti finisce per diventare la conferma delle nostre aspirazioni narcisistiche. 3) In proposito è fondamentale che noi procediamo al riscatto della fede dallo scientismo: questo è un elemento su cui vale la pena riflettere perché probabilmente ci ha, in una certa misura, contagiato. Qual è l’idea che si è imposta negli ultimi tre secoli fondamentalmente? È questa: che l’essere umano “comune” sia non credente, dopo di che ciascuno su questo tronco d’umanità basilare innesta quello che vuole, fede inclusa. Se le cose stessero così vorrebbe dire che la fede è un elemento accessorio, aggiuntivo. Che cosa c’è di improprio in questo approccio? C’è il disconoscimento del fatto che, in realtà, sempre c’è in gioco la fede in quanto l’essere umano, essendo libero, si volge sempre verso il “possibile” oltre il “necessario” (inteso come acquisito), per questa ragione inevitabilmente si misura con la dimensione della fede la quale, appunto per questo, non è accessoria, ma essenziale all’umanità. Quali sono le tre possibilità che abbiamo di fronte alla domanda religiosa? 1° - Dio esiste, posizione teistica 2° - Dio non esiste, posizione ateistica 3° - Non so se Dio c’è o non c’è, posizione agnostica. Se ci fosse un riscontro collegato ad una di queste tre affermazioni che gode della totale evidenza, noi saremmo tutti o teisti o atei o agnostici. Il fatto che ci sono i teisti, ci sono gli atei, ci sono gli agnostici vuol dire che non c’è un riscontro che restituisca la totale evidenza. Questo cosa vuol dire? Vuol dire che a un certo punto ci si decide, quindi in realtà tutte e tre queste posizioni esprimono fede perché nessuna gode dell’evidenza totale, ma ogni volta l’essere umano è chiamato a fare un’opzione in una delle tre direzioni. Dal punto di vista umano, la fede rimanda a questo (dico “dal punto di vista umano” perché c’è in gioco anche il dono della fede che invece rimanda all’azione di Dio la quale tuttavia non costringe a credere, ma propone di credere, altrimenti la libertà umana sarebbe annientata). Ora voglio fare un’altra osservazione: negli ultimi secoli si è molto operato per mettere in contrapposizione la fede e la libertà, e molto spesso questo è un richiamo che viene messo in campo per screditare la fede dicendo al credente: tu non sei libero perché credi, facendo passare quindi l’idea che invece chi non crede sia libero perché non si è consegnato ad alcunché. In realtà, come osservavo prima, c’è una radicale affinità di struttura tra la libertà e la fede e per cogliere con voi questa radicale affinità di struttura vorrei soltanto farvi un esempio: se noi fossimo in piena estate col sole che picchia sulle nostre teste e qualcuno ci chiedesse: oggi c’è il sole? Noi cosa risponderemmo? Sì, e fin qui la domanda è stupida. Ora arriva la parte 7 intelligente: ma noi nel rispondere così saremmo liberi? No, saremmo costretti dall’evidenza. La libertà, per esprimersi, domanda l’incertezza intesa come non evidenza; ecco perché gli antichi dicevano che la conoscenza umana corre sulle ali della civetta che è un animale a suo agio nelle tenebre notturne ma che si perde nella luce del sole; ecco perché Tommaso d’Aquino afferma che la conoscenza creaturale è “conoscenza vespertina”, cioè conoscenza che si muove dentro il vespro ossia dentro il tramonto quando cioè le luci e le ombre si confondono; ecco perché l’ispirazione ideologica, che ha portato verso la deriva di cui oggi siamo testimoni, si chiama “illuminismo”: ha preteso di rimuovere l’ombra e di sostituirla con la luce totale: questa pretesa è semplicemente ideologica perché solo Dio vive nella luce totale, noi sempre stiamo nella luce e nelle tenebre come ricorda il Prologo del Vangelo di Giovanni. Allora perché è fondamentale questo? Perché se la libertà si può esprimere soltanto dove c’è l’incertezza intesa come non evidenza, non è forse questa la condizione che sovrintende anche alla fede? Certamente la fede esprime certezza ma non esprime mai la certezza totale, tant’è vero che un credente come Dante Alighieri dice che il dubbio rampolla la radice della verità (Paradiso, 4, 130-131). Ma, ancora prima, nel Vangelo di Marco il padre del fanciullo indemoniato che si rivolge a Gesù affinché lo liberi, gli dice espressamente: “Signore io credo, ma tu aiutami nella mia incredulità” (Mc 9,24). Non è che il credente è tale perché non ha più quesiti sulla vita e sulla morte! Il credente è tale perché i suoi quesiti sulla vita e sulla morte li affronta a partire dalla convinzione che non è solo davanti ad essi, questo è il punto! In altre parole: non è che il credente ha certezze ideologiche, l’ideologia è la caricatura della fede esattamente come l’idolo è la caricatura del Dio vivente. Come dice il Salmo 115: “l’idolo è tale perché è opera delle mani dell’uomo” ed è radicalmente morto, “ha mani ma non tocca, ha occhi ma non vede, ha bocca ma non parla” mentre Dio è il “Vivente”. L’ideologia è fatta allo stesso modo, è un costrutto artificioso che si sovrappone alla realtà e pretende di ridurre la realtà a sé, ecco perché le ideologie hanno sempre portato formidabili sofferenze, perché sono camicie di forza che vanno a togliere l’ossigeno a ciò che è vivo. Fede e libertà, lungi dall’essere l’una estranea all’altra, sono l’una il rimando dell’altra: non c’è fede senza libertà e non c’è libertà senza fede perché entrambe fanno i conti non con ciò che è necessario ma con ciò che è possibile. D’altronde perché la cosa risulti ancora più chiara faccio osservare questo: la modernità, una certa modernità (non possiamo entrare nel discorso ma sarebbe bello andare a esplorare che c’è anche un’altra modernità, non a caso d’ispirazione religiosa), che noi conosciamo e di cui oggi riscontriamo la crisi, si è costruita sulla convinzione che la scienza si afferma contro la fede. Ora, al di là di situazioni contingenti che si sono verificate – ancora una volta, siamo a Firenze ed è spontaneo pensare al “caso Galilei” –, non è che tutto possa essere ricondotto a questa interpretazione che a me sembra fondamentalmente di comodo. Anche perché, parliamoci chiaro, la Chiesa ha fatto i conti con certe pagine, ma la scienza? Il razzismo è stato spacciato come dottrina scientifica da tutto il diciannovesimo secolo e anche oltre, questo vuol dire che nemmeno la scienza è esente dal rischio ideologico. Oggi la scienza ha maturato la convinzione di avanzare non per aggiunta a conoscenze certe di altre conoscenze certe, ma perché conoscenze precedentemente confermate con l’esperimento successivamente vengono messe in discussione da un nuovo esperimento: questo vuol dire il criterio di falsificabilità. E come accade questo? Per il mutato contesto osservativo, per i mutati strumenti di rilevazione, per il fatto che è cambiato chi procede alla rilevazione… sono tutte variabili che mutano la situazione. È come quando noi per pescare caliamo una rete e peschiamo certi pesci: non è che i pesci più piccoli delle maglie della rete, per il fatto che non vi rimangono intrappolati, non esistono: semplicemente sfuggono alla rete stessa, ma vengono catturati da un’altra rete a maglie più strette. Ecco, la logica della falsificazione è questa. Questo 8 vuol dire che, quando un ricercatore scientifico intuisce qualcosa che non è conforme all’orizzonte scientificamente condiviso (il “paradigma” comune), e perciò si mette a fare una ricerca che conduce a trovare un riscontro sperimentale che porta a rivedere il paradigma, questa persona sulla base di che cosa intraprende la sua ricerca? Sulla base della fede nel fatto che questa sua idea sia l’idea che conduce verso la verità. Paradossalmente quindi a cosa arriviamo? Arriviamo a concludere che è la fede che genera la scienza, mentre negli ultimi secoli si è fatto credere il contrario cioè che la scienza nega la fede e che la fede nega la scienza. Non è vero niente: la fede genera la scienza e la scienza, quando è scienza – cioè quando è dispositivo descrittivo e non fede camuffata (ossia scientismo) – non entra in conflitto con la fede, perché la fede riguarda non la descrizione dei fenomeni (che è materiale), ma l’esistenza dei fenomeni che va oltre la loro materialità perché ne include anche l’origine. La scienza infatti deve comunque presupporre che ci sia qualcosa ma alla domanda: perché c’è in generale qualcosa piuttosto che niente?, la scienza non può rispondere per la semplice ragione che deve presupporre che ci sia qualcosa. È a questa domanda che risponde la fede. È importante che ci rendiamo conto del fatto che l’identità confessionale non introduce in un sottobosco culturale, ma in un approccio conoscitivo che ha titolo per confrontarsi con tutti gli altri senza nessun complesso di inferiorità. Anche perché l’ispirazione confessionale come la professa la Chiesa è un’ispirazione – come dice 1Pt 3,15 – pronta a “dare ragione” di se stessa. Per questo motivo noi non siamo fideisti ma siamo capaci di esplorare le ragioni della fede sapendo che queste ragioni non esauriscono la fede perché – se accadesse – non sarebbe più fede. Soltanto a questa condizione noi possiamo mettere in campo un’identità che in un mondo complesso possa arrivare a confrontarsi con gli altri, e questo è fondamentale perché quando due persone serie si incontrano cosa fanno anzitutto? Si presentano. Se non c’è identità, come facciamo noi ad incontrare qualcuno? Ecco perché l’identità non è in antitesi al dialogo ma è ciò che permette il dialogo; parlo di identità di fede non di ideologia: mentre l’ideologia si presenta come un sistema chiuso, la fede si presenta come un sistema aperto, ma perché è aperto? Perché riconosce la trascendenza, ecco perché c’è una radicale tensione tra l’approccio ideologico e l’approccio religioso come lo concepisce la fede cristiana. Ecco il secondo elemento per l’Associazione: se è vero quello che vi sto raccontando, l’AGeSC può agire in favore del riconoscimento della originalità della fede cristiana, del fatto che la fede cristiana è vettore di umanizzazione: la scuola cattolica sotto questo profilo è strategica. 3.Il cattolicesimo nell’attuale contesto socio-culturale Prego il Signore che la scuola cattolica non dia mai per scontato il significato di questo aggettivo! (…) Collaborate affinché l’educazione cattolica abbia il volto di quel nuovo umanesimo emerso dal Convegno ecclesiale di Firenze. Con queste parole del Papa introduco l’ultimo passaggio. La scuola cattolica è nella situazione di difficoltà che tutti conosciamo, questa difficoltà come sempre può essere anche un’opportunità, l’opportunità per ricomprendersi. Quando incontro qualcuno della scuola cattolica, parto sempre con una semplice considerazione: prendete in mano i vostri documenti di carattere non soltanto istituzionale ma anche didattico, se così come sono potrebbero essere assunti anche dalla scuola statale, chiudete la vostra scuola perché non serve a niente. Infatti, l’esistenza della scuola cattolica è motivata dall’evangelizzazione condotta nella prospettiva specifica della scuola consistente nella produzione e comunicazione della cultura. Ecco perché la matrice confessionale non deve essere attiva soltanto in ordine alla creazione di un ambiente di un certo tipo (dal punto di vista morale), ma soprattutto deve operare nella ispirazione 9 dell’offerta curricolare. La scuola cattolica deve saper esprimere, facendo leva sull’autonomia scolastica che è ordinamentale per tutte le scuole, alla luce della sua identità, degli elementi distintivi oltre la proposta formativa curricolare comune, e per farvi cogliere questo vorrei fare una duplice osservazione. Sono fondamentalmente due le stagioni in cui la Chiesa ha fondato scuole cattoliche: prima stagione, quella della cosiddetta Controriforma o meglio Riforma cattolica; seconda stagione, tra Otto e Novecento. Perché la Chiesa cattolica, proprio in queste due stagioni, ha messo in campo come opera di evangelizzazione la scuola? Perché in entrambe queste stagioni faceva i conti con obiezioni che mettevano in antitesi fede e ragione, cioè che sostenevano che la fede e la conoscenza non possono camminare insieme. Per la prima stagione evidentemente mi riferisco all’impronta luterana – la qual cosa non vuol dire che tutti i riformatori protestanti la pensassero così (ad esempio Melatone non la pensava così), ma Lutero certamente sì perché riteneva che il mescolamento di fede e ragione inquinasse la fede –. Per respingere fattualmente questa ipotesi, la Chiesa fonda le scuole. E tra Otto e Novecento? Chi è l’alter ego di questa decisione? Sono due matrici culturali, il positivismo e l’idealismo, che erano divise su tutto (perché il positivismo riteneva che la vera conoscenza fosse la scienza sperimentale mentre l’idealismo riteneva che la vera conoscenza fosse la filosofia), ma convergevano nel sostenere che la fede con la conoscenza non c’entrasse niente: per i positivisti la fede era superstizione e andava cancellata attraverso la conoscenza scientifica, per gli idealisti la fede era mitologia e andava oltrepassata attraverso la conoscenza filosofica. Per misurarsi con questa duplice obiezione, che ancora una volta dissociava fede e ragione, la Chiesa cattolica ha messo in campo le scuole. Quindi le scuole cattoliche che cosa sono? Le scuole cattoliche sono il laboratorio nel quale procedere alla verifica empirica del fatto che fede e ragione non sono antagoniste. Ecco perché bisogna evitare la chiusura delle scuole cattoliche, non perché ci sia un antagonismo tra queste e la scuola di Stato – io ho fatto un percorso tutto nella scuola di Stato, a parte la scuola dell’infanzia, e sono uscito quello che sono: cattolico, apostolico, romano –, ma perché, essendo la fede cristiana fede nell’Incarnazione, ci mette di fronte a due sfide fondamentali: 1) partire dal dato naturale per far cogliere come l’annuncio cristiano sia un annuncio di umanizzazione, e questo è ciò che possiamo fare nella scuola statale, pensiamo all’ora di religione cattolica che precisamente mostra questo: il profilo culturale del fatto confessionale cioè che la fede ha generato e continua a generare cultura non nonostante, ma per il fatto che è fede; 2) partire dalla fede per ispirare il curricolo cioè l’offerta formativa, ad esempio selezionando temi e approcci: questo lo possiamo fare solo nella scuola cattolica. In questo senso occorre evitare che nelle diocesi vengono meno le scuole cattoliche perché sono il laboratorio nel quale mostrare che fede e cultura si rimandano reciprocamente: se le chiudiamo, potremo anche dire queste cose a parole ma nei fatti ci potrà essere il ragionevole dubbio che corrispondano alla realtà. Dobbiamo renderci conto di alcuni vettori che ci possono sostenere e, conclusivamente, del grande impegno che domanda a noi l’umanesimo. Sono tre i vettori con cui vorrei rapidamente confrontarmi con voi e vengono dal magistero degli ultimi tre Pontefici. 1) Giovanni Paolo II ha divulgato l’idea di “nuova evangelizzazione”, ci ha detto nella Christifideles laici che essa vuol dire centrare l’annuncio sull’affermazione: “Dio ti ama”. Questo è l’annuncio che racchiude in sé l’originalità cristiana perché che Dio ama tutti non l’ha mai detto nessuno, magari si era arrivati a dire che Dio poteva voler bene a qualcuno (ai bravi, agli onesti, agli intelligenti ecc.), o magari si era detto che Dio non voleva bene a nessuno perché era perfezione autosufficiente, ma Giovanni nella prima lettera ci dice che “Dio è amore” (1Gv 4,8) e Paolo nella seconda lettera ai Corinzi parla 10 del “Dio dell’amore” (2Cor 13,11). Questo annuncio è unico e solo della fede cristiana nell’antichità occidentale. Di questo annuncio non dobbiamo fare la caricatura sentimentalista, non perché il sentimento non c’entri, ma perché il sentimento si deve sempre accompagnare alla razionalità e viceversa. Voglio dire che la potenza dell’annuncio cristiano “Dio ti ama” non è soltanto perché ci fa sentire l’amore di Dio, pur essendo questo importante, ma perché introduce il principio delle dignità incancellabile dell’essere umano conseguente a questo amore indefettibile per la creatura umana. Voi trovate questo nella lettera paolina ai Romani: “Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (…) Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rom 8,35-39). Perché è importante questo principio? Quando avviciniamo nella Politica la definizione aristotelica dell’essere umano come animale razionale, siamo pieni di giusta soddisfazione e commozione, ma Aristotele, dopo poche righe, dice che lo schiavo è “lo strumento che ha la parola” e Aristotele e tutti gli altri non avevano dubbi sul fatto che la schiavitù fosse un istituto indispensabile e legittimo; la schiavitù ha sempre voluto dire essenzialmente una cosa: trattare l’essere umano come un oggetto! Questo vuol dire ridurre in schiavitù, e il verbo infatti dice questo: reificare. Non è che il mondo antico fosse popolato da mostri affamati di sangue, non è che si diventava schiavi casualmente, si diventava schiavi a fronte di alcune dinamiche, essenzialmente se uno non riusciva a pagare i debiti, se si macchiava di crimini particolarmente gravi, se veniva fatto prigioniero in battaglia, cioè erano queste le fattispecie che implicavano la perdita dell'originalità umana perché erano collegate all’agire umano. Il cristianesimo è rivoluzionario perché ancóra l’originalità umana non all’agire umano ma all’agire divino: è perché Dio mi ama indefettibilmente che ho una dignità al di là di come io agisco o non agisco. Ecco perché l’umanesimo lo ha generato il cristianesimo; noi parliamo, alle volte, di umanesimo classico, ma è discutibile. In realtà, il mondo classico ha riconosciuto l’originalità umana ma non è un mondo umanista perché al centro non mette l’essere umano, al centro mette la natura intesa come mondo naturale. Gregorio di Nissa critica il concetto classico di microcosmo dicendo che microcosmo è un’espressione bella, commovente, ma che vuol dire che anche l’essere umano, essendo un “piccolo universo”, è composto degli stessi elementi dell’universo come tale. Osserva: di ciò che compone la zanzara e il topo. Dopo tanti secoli queste parole ci sono tornate familiari quando abbiamo concluso la mappatura del genoma umano e abbiamo scoperto che pochi geni ci distinguono dal topo, la qual cosa però era già intuibile perché, se da decenni testiamo le medicine sulle cavie che sono un tipo di topo, vuol dire che ci siamo accorti che la reazione di questo soggetto corrisponde più o meno a quella dell’essere umano. Ma noi non siamo dei roditori cresciuti, la differenza tra noi e il topo non sta nei geni – fossero anche uno – ma sta nella libertà, in ciò che è immateriale e che essendo immateriale non può evidentemente essere identificato dalla genetica. Perciò è fondamentale che noi cogliamo che col cristianesimo, che ha ancorato la dignità umana all’amore di Dio e quindi a qualcosa che non viene mai meno, viene introdotto 11 effettivamente l’umanesimo. L’annuncio “Dio ti ama” va assunto in questa luce, come il richiamo alla dignità dell’essere umano. 2) Poi è arrivato Benedetto il quale ci ha detto svariate volte che bisogna allargare l’idea di razionalità e quindi ci ha spinto ad affrancarci rispetto alla riduzione indotta da una certa modernità, quella relativa alla conoscenza come dispositivo descrittivo; la descrizione ci sta ma non esaurisce la conoscenza umana perché – come ho già detto – il sapere rimanda al sapore ossia a qualcosa che va oltre l’utilità, rimanda quindi alla fruizione, rimanda a ciò che è specchio della libertà umana. Che cosa vuol dire che l’essere umano è libero? Vuol dire che l’essere umano, a differenza dell’animale, è in grado di elevarsi oltre il bisogno, che, mentre il bisogno determina il comportamento animale, l’essere umano è capace di oltrepassarlo: l’animale che ha fame cerca necessariamente il cibo, l’essere umano che ha fame cerca il cibo ma, se ha un motivo per rimandare la soddisfazione di questo bisogno, è in grado di farlo: questo vuol dire essere liberi, questa condizione si specchia nell’oltrepassare la funzionalità senza negarla. Ecco perché occorre allargare l’idea di razionalità: bisogna evitare di contrarsi sulla razionalità puramente strumentale che non corrisponde alla capacità umana di conoscere. Faccio un esempio intonato a Firenze. Perché l’affresco si chiama così? Perché è eseguito sull’intonaco fresco che asciugandosi trattiene il colore. Questo vuol dire che, quando noi ammiriamo un affresco, noi in realtà guardiamo un intonaco ossia un dispositivo tecnico finalizzato a isolare l’interno di una stanza. Ma a nessuno viene in mente questo! Per il fatto che la tecnica diventa arte quando, senza negare il movente strumentale, lo oltrepassa alimentando una comunicazione di emozioni, sentimenti, idee che – appunto perché va oltre l’utile – intercetta l’essenziale ossia il fatto che l’essere umano è libero. Allargare l’idea di razionalità significa ricordarsi di questo ossia del fatto che non possiamo appiattire tutto sulla funzionalità per la semplice ragione che questo non corrisponde alla identità umana, tale perché sa andare oltre l’utile senza negarlo, come mostra l’arte. 3) Infine Papa Francesco che parla di “Chiesa in uscita”. Mi pare che facciamo poco caso al fatto che l’attuale Pontefice parla di Chiesa in uscita dopo che per decenni abbiamo continuato a parlare di apertura della Chiesa, insistendo sul fatto che occorreva aprirsi. C’è una differenza radicale tra il riferimento all’apertura e il riferimento all’uscita, nel senso che aprirsi significa che può uscire di tutto ma può entrare anche di tutto; se invece il richiamo è all’uscita, vuol dire che si postula una identità che sia riconoscibile. Questo richiamo dell’attuale Pontefice fa finalmente giustizia di tanta retorica su aperture che si sono risolte essenzialmente in chiave equivoca e che, in questo senso, equivalgono alle chiusure. Non dobbiamo essere né aperti né chiusi ma dobbiamo uscire nel senso di saper manifestare quello che siamo in un incontro franco e verace. I tre richiami che ho sommariamente fatto sono tutti elementi che conducono all’esigenza di cogliere l’identità cristiana in ciò che la identifica, e questo è essenziale relativamente al tema dell’umanesimo, perché l’umanesimo ha preso forma, come dicevo prima, con l’evangelizzazione, in quanto l’umanesimo non restituisce soltanto l’originalità umana ma restituisce anche la centralità umana. Il fatto che questa centralità umana sia stata gradualmente espressa in antitesi a quella divina deve farci riflettere. Quando prima ho detto che gli umanisti erano tutti cristiani alludevo a questo; se dovessimo paragonare l’umanesimo ad una costruzione potremmo dire che è come una casa a due piani: al piano terreno, al centro, c’è l’essere umano perché al piano superiore, al centro, c’è Dio. L’umanesimo cristiano è antropocentrico perché è teocentrico, nel momento in cui viene meno la centralità di Dio viene 12 meno anche quella dell’uomo; la modernità degli ultimi secoli ha demolito il piano superiore e ha tenuto solo la centralità del pianterreno ma questa da sola collassa e infatti oggi con cosa facciamo i conti? Con una formidabile deriva postumanistica. Sul postumanesimo potremmo discutere a lungo ma penso che una cosa sia evidente a tutti: professare il postumanesimo significa che noi tutti, in quanto esseri umani, dobbiamo semplicemente essere liquidati perché il postumanesimo tratta l’essere umano non come fine ma come mezzo. Infatti quando Nietzsche introduce questo concetto in età moderna sostiene che “l’uomo è come la fune tesa tra il bruto e l’oltreuomo”; se è una fune è un passaggio, non è fine per sé stesso come invece noi riteniamo professando l’umanesimo cristiano. Dalla laicizzazione di questa impostazione è uscito l’imperativo categorico, perché quando Kant – che è il maggiore illuminista – sostiene che l’essere umano va sempre trattato come fine e mai come semplice mezzo, lo fa perché viene da una precisa genealogia di matrice scolastica. Infatti Kant è stato allievo di Baumgarten, ma Baumgarten è stato allievo di Wolff e Wolff è l’ultimo degli scolastici tedeschi. Perché questo è importante? Per il fatto che – cinque secoli prima – è stato Tommaso d’Aquino a dire che l’essere umano è persona in quanto per se una ossia fine in sé. Evidentemente nel mondo creato, tutto è finalizzato a Dio, ma il Dottore Comune chiarisce che l’essere umano è trattato da Dio come se fosse un fine in sé. Del resto è ciò che troviamo anche nel Concilio Vaticano II quando la Gaudium et spes afferma che l’essere umano “in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso” (n. 24) dove il “per se stesso”, se andiamo a verificare l’originale latino, non è un complemento di fine, ma di causa: propter seipsam [creaturam] – vuol dire che Dio ha voluto la creatura umana a causa di essa creatura –. Questo significa che Dio ci tratta come se fossimo dei fini! La situazione con cui facciamo i conti noi oggi è invece la crescente secolarizzazione che, tagliando la radice cristiana della prospettiva umanistica, ci mette di fronte alla sfida di salvaguardare l’umanesimo che infatti, una volta che si è proceduto a questo taglio, va estinguendosi introducendo il postumanesimo. In questo senso credo che una terza opportunità che la vostra Associazione può mettere in campo è quella di essere sostegno alla scuola cattolica. Non perché sia un sostegno da porre in antitesi alla scuola di Stato ma perché il sostegno alla scuola cattolica – come soggetto che contribuisce al sistema pubblico di istruzione e formazione – è un contributo essenziale alla vitalità dell’intero sistema e alla sua promozione conseguente al confronto continuo tra le parti che lo compongono. Infatti, se non ci sono idee e identità, l’ambiente culturale diventa asfittico e a morire non è soltanto la scuola cattolica ma anche la scuola di Stato.

(testo rivisto dall’autore)

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